Intervista a Ugo Cornia

Giovedì 7 luglio Ugo Cornia verrà a
Ponteranica alle 21 a presentare la sua ultima fatica intitolata
Buchi, nel giardino del Po.Bo. Lo scrittore modenese classe
'65 entra in contatto e in amicizia con Valentina della libreria
indipendente Palomar di Bergamo quasi quindici anni fa, dopo che nel
1999 vince il premio letterario di Bergamo con il suo primo romanzo
Sulla Felicità a Oltranza, che l'autore aveva appena
trent'anni. Questo romanzo, umoristico e al tempo stesso struggente
come mai, racconta le vicissitudini dell'autore in un momento tragico
della sua vita, in cui ha visto morire nel giro di pochi anni prima
la zia poi la madre e in ultimo il padre. A causa di quella cosa che
lui chiama “hobby” ha vinto anche il premio letterario di Pisa
nel 2004 con il romanzo Roma.
Ugo insegna lettere e storia al liceo
artistico di Modena e attualmente ha vinto un dottorato di studi.
Si sente più scrittore o
insegnante?
Di lavoro faccio l'insegnante, ormai da
vent'anni. Lo scrivere preferisco prenderlo come un piacere.
Si ricorda quando Sellerio ha
pubblicato Sulla Felicità a Oltranza? Come
si è sentito?
Dopo alcune peripezie un giorno
Sellerio ha chiamato dicendo che intendeva pubblicarlo e io ero
contento. Come chiunque scrive, in genere uno è abbastanza contento
di pubblicare.
Perchè un'autobiografia?
Mi è venuto da scrivere così non è
che ci ho pensato, un po' dati i fatti che mi sono successi a un
certo punto mi è venuto naturale raccontarli, mi è venuto
spontaneo. Mi piacevano molti autori che scrivono in prima persona,
amo Cèline oppure Thomas Bernhard. Mi viene più facile.
Cosa c'è di aggiuntivo nello
scrivere in prima persona?
Non ho il giudizio che una cosa in
prima sia meglio di una in terza. Forse mi sembra un pelo più onesto
per come io sono abituato a usare la parola fra me e me. Ma ho
apprezzato tutte le cose di Kafka anche se sono in terza. Poi uno è
quello che è.
Dicono tutti di lei che usa un
linguaggio immediato, sia in Felicità che in Buchi, a me è venuto
in mente il punto di vista del bambino del Sentiero dei Nidi di
Ragno di Calvino.
Non so se la mia scrittura assomiglia a
Calvino. Non mi ricordo niente dei Nidi. Da adulto non ho letto tanto
Calvino. Questa cosa dell'infanzia viene tirata fuori inevitabilmente
ma io adesso ho cinquant'anni per cui il punto di vista del bambino
non ce lo vedo più di tanto,
Però quando ha scritto Sulla
Felicità però ne aveva trenta.
Sì ma se fossi nato sotto l'impero
romano sarei dovuto essere morto già da un pezzo.
Chi ha scelto il titolo?
Il primo titolo mi è stato suggerito
da Ermanno Cavazzoni a cui avevo mandato la bozza. In uno degli
ultimi capitoli c'è mia zia che dice che “fra poco saremo tutti
morti” parlando di Guzzano e quindi il titolo che mi era parso più
rappresentativo era questo, anche se poi non è piaciuto alle case
editrici.
In effetti è un po' tragico
Ma è una delle poche frasi vere sulla
terra, non che sia contento di morire. Non so se sia per la scarsa
propensione al consumo di quelli che stanno morendo, però sì, c'era
una certa perplessità rispetto a quel titolo. Dopo due o tre
proposte mi è venuto in mente “sulla felicità a oltranza” sul
calco del titolo dell'ultimo capitolo e questo all'editore andava
bene.
Definisce quel periodo della sua
vita faticoso ma bello.
Per una certa intensità emotiva. Un
po' come le cose del sesso. Emotivamente totale. Mi sembrava bello in
quel senso lì, emozioni abbastanza forti in continuo. Intenso
rispetto a periodi emotivamente smorti.
Ha a che fare col tema della noia?
Forse, o forse il tema di quelle cose
che sono immediatamente vere.
Ci sono stati maestri/mentori o
figure di riferimento significative nel suo cammino verso la
scrittura?
Negli anni dell'Università avevo
cominciato a frequentare Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati e dopo ho
sempre continuato a frequentarli. Tutti e due scrittori all'epoca già
molto conosciuti.
E nonostante la
sua passione per la scrittura, ha sempre considerato il lavoro di
scrittore come un hobby?
Mah uno in genere va a letto con una per passione. Con l'arte ho
sempre cercato di mantenere quel rapporto erotico amoroso, poi se ci
guadagno moltissimi soldi sono anche contento, però mi sono sforzato
di avere un altro lavoro per essere abbastanza libero. Se mi vien
voglia scrivo se non mi vien voglia per sei mesi non scrivo una riga.
Le capita di non
aver voglia per un lungo periodo?
Mi capita nella vita di avere altre cose da fare, periodi in cui
naturalmente faccio dell'altro, ma di tutti i tipi insomma.
Le capita di
avere un rifiuto per la scrittura?
No. E' difficile avere un rifiuto per una cosa che uno fa solo quando
ne ha voglia.
Che senso ha la
frase: “gli scrittori hanno il compito di soddisfare un bisogno che
le persone non sanno di avere”?
Sono quelle frasi che mi mettono profondamente in imbarazzo. Anche i
baristi possono soddisfare bisogni che le persone non sanno di avere,
starsene delle ore al bar a ubriacarsi invece di buttarsi giù dalla
finestra.
In questo caso
qual è il ruolo specifico dello scrittore?
I ruoli sono sempre ruoli sociali, i ruoli sociali sono robe che
c'entrano sempre un po' con la propaganda o con cose imbarazzanti.
Non lo so, il mondo cambia continuamente. C'è chi sostiene che
leggere è importante a prescindere, ma se uno si legge Mein Kampf è
la roba più tremenda del mondo. Ho molto il piacere delle robe che
vengono fuori spontaneamente, tutto il resto è un po' imbarazzante.
Ci sono questi frasoni che la scrittura è una cosa nobile, che lo
scrittore dovrebbe vederla più lunga degli altri mentre lo
scrittore, a partire da me, è un povero c.. qualsiasi, ha il gusto
di praticare questa specie di arte, che però immediatamente produce
senso perchè è fatta di parole.
Per lei che
senso ha scrivere?
A me la scrittura è una roba che piace, come mi piacciono i fumetti.
Uno dipinge, un altro va a correre un altro va a fare il tifo allo
stadio. Mentre scrivo non penso mai a chi leggerà. Se uno legge
pensando alla roba che scrive si infilerà in brutti percorsi che
andranno intorno a quello che lui vorrebbe dire o gli farebbero dire
qualcos'altro e questo sega le gambe. Ci sono dei pezzi di Proust,
che è uno che si è messo a ripensare a tutta la sua vita, pezzi
belli che durano anche duecento pagine di fila e leggerli mi da un
piacere forte, però che senso ha quella roba lì? Boh.
Oggi le piace
sulla felicità a oltranza?
Non l'ho mai riletto. Mi può esser capitato nel corso di qualche
lettura in pubblico e in genere i pezzi che ho letto mi
soddisfacevano ancora e non me ne vergognavo però non mi capita di
mettermi lì al pomeriggio e dire “ ah che mi rileggo”.
È affezionato a
quel libro?
Sono affezionato a tutti i libri che ho scritto. Quello è stato il
primo romanzo, per cui mi ha dato delle emozioni più forti. Un
grande piacere per certe cose e un grande imbarazzo per altre.
Ci racconta quali imbarazzi?
Era il '99 sono passati diciassette anni.
Ci sono state
paure/angosce, preoccupazioni o solo piccole esitazioni durante la
stesura?
Paure o esitazioni da cancellare delle righe non ne ho avute.
Non ha mai avuto paura di quello che gli altri potevano sapere di
lei?
No perchè la letteratura è letteratura, la stessa domanda a uno che
dipinge un quadro sarebbe un po' ridicola. I romanzi sono dei pezzi
finiti, come un po' degli oggetti artistici, come una musica o come
un quadro, uno dice bello o brutto, mi piace o non mi piace... Ho
usato la parola “figa” in certe parti, non provo imbarazzo,
proprio al premio Bergamo mi era stato chiesto come mai avevo usato
quella parola e io avevo risposto che “vagina” non riesco a dirlo
nella mia vita reale, è una parola da medici. Altre cose che
potevano imbarazzarmi riguardo mia madre non le ho quasi mai lette in
pubblico, tagliavo io. Poi non mi sembra di aver scritto cose
particolarmente imbarazzante.
Non ha mai fatto
delle cesure?
Non so, se le cose che dico sono vere non le trovo imbarazzanti. Poi
scrivere è un azione molto a distanza: io sono in un angolino di
casa mia, completamente al di fuori da tutto e faccio questa cosa che
mi da piacere. Se altra gente è interessata, ride, piange, mi fa
molto piacere. E' più il parlare che mi disturba. Quando una cosa
diventata una cosa scritta la sua natura è altra. Se scrivessi un
diario scriverei roba diversissima.
Tiene un diario?
Non sono in grado. Forse ho del riserbo con me stesso. Nella mia
testa penso, al di là che poi mi stanco, che se scrivessi un diario
racconterei del falso perchè tenderebbe alla letteratura, e allora
non è un diario, mentre io vorrei un diario che fosse vero. Il mondo
scritto è una cosa il mondo vissuto è un po' un'altra.
Ci sono abitudini/riti, piccoli
gesti nella sua vita quotidiana che conciliano il gesto dello
scrivere?
No, semplicemente mi viene in mente una
frase, una cosa e se ho tempo vado a scriverla.
C'è qualcosa che vorremmo sapere di
Ugo in Felicità che non ci viene raccontato?
Questo dovrebbe chiederselo il lettore.
Ho scritto quello che mi usciva, il lettore poi può farsi tutte le
sue ipotesi. Ammettiamo che come tutti io abbia i miei segreti, ma
non è che se io vado a letto con una io debba raccontarle i miei
segreti o se scrivo un romanzo ci sia aperta la questione dei miei
segreti. Il fatto che ci sia una specie di diritto ai propri segreti
non lo trovo legato al mondo dello scrivere, può essere legato al
mondo del confessionale se uno è cattolico o se uno ama la
psicanalisi freudiana e pensa che tutto è rimozione, ma sono
pensieri che io non ho mai fatto rispetto allo scrivere, ma neanche
al vivere. Ci ho pensato rispetto a quelle persone bavose con le cose
degli altri.
Però quando uno scrive di se'
incontra delle parti che vuole tenere segrete.
Ma io non sono mai partito dall'idea
dello scrivere la mia autobiografia, penso solo che stilisticamente
la prima persona sia più facile e il fatto di usare la prima persona
poi genera questa inerzia autobiografica fenomenale di cui mi rendo
conto. In prima persona viene fuori tutto il soggetto nella sua
ambiguità.
Lei si direbbe più un tipo
introverso o estroverso?
È difficilissimo che io stia a
chiedermi se sono introverso o estroverso. Ho un gran numero di
amici, ma non so se sono introverso o estroverso.
Secondo me con gli estranei è
piuttosto introverso.
Sono cresciuto con un'educazione
normale di una volta.
Che rapporto c'è tra scrittura e
tristezza?
Ci sono periodi che sono molto triste e
mi vien voglia di scrivere e altri periodi che son molto triste e non
mi viene per niente voglia di scrivere perciò non saprei, devono
essere dei rapporti molto complicati. Ci sono anche tristezze che
uno ha voglia di andare a passeggiare per ore perchè è l'unica cosa
che possibile fare.
Come chiamerebbe l'ispirazione se
dovesse esser simile a un emozione?
Quando uno scrive e sta bene, quella
cosa lì che si diverte che va dalla commozione al ridere da soli è
ispirazione.