La scoperta scientifica |  Matilda sei mitica!

domenica 29 dicembre 2019

La scoperta scientifica


Racconto breve satirico sulla comunità scientifica contemporanea di fronte alle sfide poste dalla questione ambientale, con protagonisti un professore, la voce narrante, e una studentessa. Tratto da una storia vera.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019 indetto da Altitudini.it.


La scoperta scientifica


È stato più forte di me all’inizio. Davo tutto per lei, persino un rene le avrei dato. Che poi è quello che i miei hanno speso per la retta universitaria del MIT. Ho scelto di specializzarmi in astronomia e per questo sono rimasto fuori dai lavori sull’Evento. L’Evento è il nome che noi scienziati diamo alla scoperta delle onde gravitazionali nel 2015. Come ho detto, davo tutto per la Scienza. In realtà anche gli astronomi hanno fatto rilevazioni utili per avvalorare la significatività dell’Evento, ma questo è successo a cose fatte, quando l’articolo era già stato pubblicato e tutto il mondo acclamava a gran voce la prima grande scoperta scientifica in astrofisica dopo più di cinquant’anni di silenzio. Insomma, né io né i miei colleghi dell’Osservatorio astronomico abbiamo potuto provare quell’adrenalina che ci avrebbero descritto più tardi Mark e gli altri, che procedevano ai lavori mentre ancora nessuno al mondo, se non loro, sapeva che le onde gravitazionali esistessero davvero e che Einstein aveva sempre avuto ragione.
Quel tipo di adrenalina si prova una volta nella vita e solo se hai avuto quel tipo di fortuna lì. Dopo decenni di duro lavoro uno può trovarsi nel team fortunato oppure in panchina a fare i lavori di finitura sui goals dei compagni della famiglia allargata, gli astrofisici. Beninteso: il calcio non mi è mai piaciuto. Però serve a spiegarvi a quale tipo di fortuna la mia carriera professionale mi ha sottratto.


 Isola Inchagoill, Lough Corrib, Co Galway, Irlanda




Torniamo al mio amore per Lei: fra i miei colleghi in pochi non avrebbero dato un rene per partecipare al team di lavoro per l’Evento, il mitico E 350. Non solo per mettere il proprio nome nell’articolo, nome che sarebbe rimasto nella storia della scienza per decenni, ma per provare l’adrenalina. Per vedersi restituito in un attimo l’amore che Le si è dedicato tutta una vita. Per questo quel lunedì mattina la ragazza dal viso sbarazzino, ciocca fuori posto e maglietta bianca semplice, un po’ assottigliata sui seni, con aria combattiva da dragone spettinato, provocò in me una rivoluzione copernicana. Se me l’avesse detto il mio collega del LIGO, il rivelatore per onde gravitazionali, non ci avrei dato peso. Fra noi scienziati serpeggia da tanto il malcontento sulla questione ambientale e molti, per di più, hanno accesso diretto ai fondi stanziati dal governo. Ma il malcontento ha ottenuto nel tempo una facile accettazione consensuale, al punto che ormai non se ne parla più. Non dico che non ce ne sia motivo, ma, voglio dire, noi studiamo il cielo Dio santo. Non le libellule.


Costa rocciosa, Doolin, Co Clare Irlanda





È vero, nessuna cifra spesa per gli osservatori astronomici o per gli interferometri è stata mai spesa nelle scienze ambientali. Nessuna sfida al più forte fra i potenti del mondo si è combattuta tra i laboratori naturalistici, ma nello spazio. Però quanto è affascinante lo spazio? Se non avessero investito miliardi di dollari per VIRGO e company non conosceremmo così nel dettaglio fenomeni distanti anni luce. Fenomeni così distanti che ci sono costati venticinque anni di lavoro sulla miglioria delle apparecchiature per rilevarli. Notte e giorno. Pasti inclusi. Reni anche.
Ma veniamo al dunque, cosa sto cercando di dirvi? Cerco di dirvi che il venti settembre di due anni fa quella ragazzina non mi ha detto niente che non sapessi già. Ma me lo ha detto aggrottando le sopracciglia, in un modo che non sapevo. Tremava e per poco non si alzava in piedi. Era determinata, sicura, che dico?, certa, lei era certa che quel che diceva fosse giusto. Giusto e non solo vero, cioè difendibile, a qualsiasi costo. Perché gli scienziati si interessano così tanto a quello che succede nel cielo e non spendono un briciolo di risorse per mettere a posto i danni che stiamo facendo qui sulla Terra?


Campagna di Craughwwell, vista da castello, Co Galway, Irlanda.


Era una domanda stupida, retorica, che avrei potuto smontare in dieci secondi. Ci provai, eh eh, non è che non ci provai. Ma lei ribatté. Con tono più perentorio. Chi è che si prende così a cuore il destino della Terra? Chi è questa ragazza di nome Teresa? Mi domandavo. Mi sentivo come uno che si trova davanti alla Greta Thunberg del momento e non sa cosa dire perché tanto tutti quanti la difenderanno. Sì, anche io credevo che Greta avesse avuto quel successo perché era una ragazza indifesa che non poteva venire attaccata da nessuno, ma lo credevo prima di ritrovarmi davanti a Teresa, che con quel corpo minuto sembrava dirmi «passa sul mio cadavere, stronzo! Mi avrai pure promosso all’esame, ma non meriti la mia riconoscenza se non comprendi le mie parole!». E aspetta, sembrava dirmi anche «ehy, non vedi che stiamo soffrendo?». Tutte queste cose Teresa me le diceva senza dirmele, come dire, con il linguaggio del corpo. Sì, anche io credevo che il linguaggio del corpo non fosse una cosa che noi scienziati dovessimo prendere sul serio, ma prima di aver conosciuto Teresa, la quale, dopo quell’episodio, provocò in me, che vivo per Lei, la Scienza, e che darei un rene per comparire fra gli autori dell’articolo del 4 giugno, una rivoluzione copernicana.
La guardai negli occhi sconvolto e lei non sorrise come per dire «ti ho stracciato», lei era ancora triste e mi guardava ancora più diritto. Le consigliai un libro di Amitav Gosh prima che lasciasse l’aula e poi scomparì dalla mia vita. Capite quel che vi sto dicendo? Questo non è il prologo di una storia d’amore. È il cambiamento del mio paradigma. Quel pomeriggio non parlai con nessuno. Non parlai con nessuno per una settimana. Entrai in una crisi di coscienza nei confronti della mia Amata, la Scienza. Da allora se non dormo la notte penso a come salvare il Pianeta. Mi sento Greta, ma mi sento anche uno scienziato. Non ho dodici anni e vesto in giacca e cravatta. Il mio nome è rispettato nella comunità scientifica. Eppure nessuno mi aveva mai ribaltato da terra come Teresa.


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